Intervista a Linda Pagli – leadership

Linda Pagli
Domanda: Allora Linda, grazie mille di voler partecipare a questa intervista. La prima cosa che vorrei chiederti è come intendi il concetto di leadership, considerato all’interno del contesto accademico.

La parola “leadership” viene dalla politica ed è a partire da questa accezione che svilupperò la mia definizione, intesa non come “assunzione del potere” ma come una posizione che scaturisce dalla stima e dal rispetto di tutti, un’esperienza che viene riconosciuta dai tuoi pari e con la quale il leader guida coloro che non hanno questa esperienza, ponendo tutta l’attenzione sull’ascolto e sul rispetto delle richieste avanzate dagli altri.

Domanda: Cosa intendi per Leadership nell’ambito della ricerca?

Nell’ambito della ricerca bisogna guidare dei giovani molto capaci a cui manca solo l’esperienza, persone a cui bisogna prestare ascolto e le cui idee devono essere “dirottate” in canali indirizzati allo sviluppo originale della ricerca, fornendo ad esempio un’idea a cui possono agganciarsi per poter sviluppare la propria. Penso che sia questo il senso della leadership nell’ambito della ricerca.

Ultimamente sono diventate sempre più pressanti le questioni dei fondi e delle pubblicazioni. Come vedi questi due aspetti rispetto al concetto di leadership?

C’è questa tendenza del “publish or perish” che i giovani sentono moltissimo e a cui io sono piuttosto contraria. Quello che cerco sempre di pretendere è che le loro ricerche abbiano un senso, che sfruttino la ricerca che stanno facendo senza scadere in lavori che valgono poco. È vero anche, tuttavia, che oggi se non si fanno pubblicazioni non si va avanti, e questo è un po’ un difetto del sistema, che prescinde dal concetto di leadership. Anni fa facevo due pubblicazioni l’anno e quelle bastavano per avere i miei contratti di ricerca, oggi ce ne vogliono almeno quattro o cinque. Questa maggiore attenzione a voler attribuire valore a tutto ha deteriorato la qualità della ricerca, che anni fa era più lenta: aspettare di fare altre scoperte prima di pubblicare, rendeva il risultato finale qualitativamente migliore. Anche la questione “fondi” è piuttosto spinosa. Tempo fa con un collega abbiamo trascorso un mese di lavoro a tempo pieno per ottenere un progetto europeo che non ci hanno assegnato. Oggi vivo col minimo, ci sono i fondi d’ateneo qui a Pisa che variano dai due mila ai quattro mila euro. Naturalmente nel caso che uno abbia uno o più dottorandi la maggior parte dei fondi sono destinati agli studenti, altrimenti possono essere usati per l’acquisto di computer. Il discorso è diverso per i giovani che devono per forza scontrarsi con la questione dei fondi e avere continuamente a che fare con la continua ricerca di questi.

In Italia ogni persona è valutata individualmente, mentre ad esempio in Norvegia viene valutato più il gruppo. Cosa deve fare un leader nell’Università per fare in modo che i giovani vengano valutati bene?

Come dicevo prima, è necessario che i giovani facciano almeno quattro o cinque pubblicazioni l’anno nelle riviste di classe A, classe B, classe C, altrimenti vengono penalizzati, sia a livello finanziario che nella valutazione generale.

Domanda: E a proposito della Didattica?

La didattica universitaria deve essere fortemente improntata sulla componente innovativa, soprattutto quindi sull’informatica, che è una materia in continua evoluzione. Una buona leadership nella didattica si focalizza su programmi che devono sempre essere aggiornati, valutandoli e confrontandoli anche con i programmi degli Stati Uniti o di altre nazioni europee, così da renderli adeguati. Nel nostro dipartimento i curriculum cambiano ogni anno e sono molto contenta che ci sia questo dialogo dinamico che spinge ad aggiornamenti continui.

Domanda: Nella ricerca abbiamo toccato il discorso dei numeri: il numero di articoli, di pubblicazioni. Nella mia esperienza però c’è anche la questione del numero di studenti. Tu cosa ne pensi?

L’università/azienda cerca di attirare il massimo numero di studenti. Nel mio dipartimento ci sono grandi numeri: noi abbiamo circa 400 matricole l’anno. Tuttavia la quantità di studenti non è sempre garanzia della qualità che un po’ è decaduta, sia perché oggi i giovani considerano l’informatica come l’applicazione di tecniche utili per navigare in Internet più che come una scienza, sia perché nell’Italia di oggi, in cui è difficile trovare lavoro, gli studenti ritengono che l’ambito informatico sia una sorta di porto sicuro per avere un giorno un impiego. Questo è quello che viene solitamente sentito dai ragazzi e questo è quello che ha altresì provocato la riduzione della qualità delle richieste che vengono fatte agli studenti per superare un esame: io insegno algoritmica al primo anno, gli studenti di oggi non saprebbero fare un compito che assegnavo 20 anni fa. Certo, c’è sempre una percentuale di ragazzi molto bravi, tuttavia la qualità in termini di massa è diminuita e questo mi ha portato a rielaborare il tipo di approfondimento a cui posso tendere durante le mie lezioni, soprattutto se parliamo di matematica. Questo si riflette poi sulle valutazioni dell’insegnante, che a volte sono molto severe. Ci vorrebbero dei pre-corsi della durata di un anno per porre la preparazione di tutti gli studenti allo stesso livello.

Domanda: Sto facendo questa intervista nel contesto di questo progetto norvegese che si chiama IDUN, che ha l’obiettivo di reclutare più donne a tutti i livelli, dal dottorato al ruolo di professore. Tu sei l’unica donna che ricopre il ruolo di professore ordinario nel tuo dipartimento?

No, ce n’è un’altra che insegna da un anno nell’ambito della Ricerca Operativa. Però sono stata per molto tempo l’unica donna professore ordinario.

Domanda: E come si fa ad avere più leader nell’ambito accademico? Come si fa a diventare un leader nell’ambito della ricerca e della didattica dell’Informatica?

Io ce l’ho fatta per casualità. Sono arrivata nel momento e nel tempo giusto: era un momento in cui c’era bisogno di molti professori ed era anche un momento di grande espansione dell’informatica. Ho avuto modo di lavorare con un professore che ho scelto per simpatia e che poi ho scoperto essere anche il più bravo del dipartimento. Queste condizioni non si sono più ripetute negli anni successivi. Ci sono molte donne che coprono il ruolo di professore associato, ma la mia è stata una situazione piuttosto “speciale”. Un altro problema grosso è che le donne oggi non si iscrivono ai corsi di informatica, e non lo fanno perché l’informatica viene dal genere femminile recepita come qualcosa di tecnologico, come qualcosa di assimilabile ai cosiddetti “nerd”, ovvero a quelli che stanno sempre al computer, solitari, poco socievoli. È necessario quindi fare un’attività divulgativa per diffondere l’idea che sia un lavoro adatto alle donne. Pensiamo ad esempio alla bioinformatica, ai Big data o all’intelligenza artificiale: sono tutti ambiti in cui servono donne che contribuiscano alla ricerca con le loro modalità e con i loro schemi mentali. Non si tratta di fare differenze di genere, è semmai una questione di arricchire le possibilità della ricerca.

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