1989

Lo stesso giorno in cui ricevetti la lettera dall’ambasciata norvegese, scrissi un fax al professore norvegese per informarlo. Dopo poche ore, il fax della Tecsiel iniziò ad impazzire. Reidar Conradi rispose con una lunga lettera, un fax che si arrotolo come un serpente nella segreteria della Tecsiel. La prima cosa che vidi fu un’immagine di una cattedrale, la Nidarosdomen, e quando iniziai a leggere, lessi di Ibsen, dei Vichinghi e di molto altro.

Anno 1989

A distanza di decenni, quando vedo la Nidarosdomen penso a Reidar e al suo primo fax, a tutta quella sorpresa e quelle novità. Sento l’odore del fax e sorrido e piango.

Non avrei mai preso in considerazione l’idea di scegliere Trondheim senza quel fax. In quel fax Reidar mi invitava a trascorrere una settimana a Trondheim prima che la mia borsa di studio sarebbe iniziata ufficialmente, il 15 agosto 1989.

La mia vita norvegese iniziò il 25 aprile 1989.

Salii la collina di Gløshaugen, Høyskolebakken, cercando il campus universitario. L’edificio principale si ergeva davanti a me, una struttura imponente che, mi sembrò più una chiesa che un’università.

Trascorsi tre giorni in un hotel elegante, pagato dal professore che mi aveva invitato a soggiornarvi, utilizzando i fondi del suo progetto di ricerca. Dalla mia finestra potevo vedere l’acqua; ero così disorientata che non sapevo se si trattava di un fiordo, un fiume o un canale.

Più tardi, mi trasferii nell’appartamento di due dottorandi, Guttorm ed Even che mi invitarono a passare tre giorni con loro. Insieme a loro vive anche Amund, uno studente a cui affittavano una stanza. Dormii sul loro divano in una casa per niente comoda. Dal soggiorno, dove dormivo, bisognava uscire all’aperto per entrare nelle scale che portavano al secondo piano, dove si trovavano la camera da letto e il bagno.

Leggevo Knulp di Herman Hesse, in italiano. Non c’eraun motivo speciale per cui lo scelsi per quel viaggio. Tuttavia, ebbi la sensazione che il libro fosse lo specchio perfetto del mio viaggio. Anche Knulp è in viaggio, Knulp si sente solo ma, come me, lasciò i suoi amici. “Per me, la strada è sempre stata la mia casa. La porto dentro di me, e ovunque io vada, là ci sono io”.

Incontrai la stessa ragazza di Roma sul volo da Oslo a Copenaghen che avevo incontrato all’andata. Era per metà norvegese e aveva fatto visita ai suoi nonni. Mi disse: «Quando erano piccoli, viaggiavamo ogni estate in macchina e durante i viaggi mio padre era così stanco che si sdraiava in terra al lato della strada e si addormentava».

Ero invidiosa di lei; sentivo che avrei voluto avere anch’io una vita così internazionale. A Trondheim comprai un libro per imparare il norvegese, e le feci molte domande sulla lingua norvegese. Mi sembravano difficilissimi gli accenti, le lunghe e le brevi, come nella metrica latina e greca.

Il primo agosto, partimmo per la Norvegia in Panda, con mia sorella Roberta e due amiche, Ilaria e Maria Pia, che poi tornarono indietro col treno. Attraversammo la Svizzera e la Germania cantando e ridendo. Era agosto e non potemmo visitare Berlino, perché una di noi aveva solo la carta d’identità e non il passaporto. Ci fermammo a Copenaghen e poi a Oslo.

Sulla guida turistica c’era scritto che la Norvegia era un paese freddo, così come i suoi abitanti, e che Oslo era sommersa dai ghiacci per duecento giorni all’anno. Ma quella fu un’estate bellissima, e quando il tempo era bello, gli scandinavi diventano le persone più allegre e aperte del mondo. Stanno svegli fino a tardi, non è mai buio, nemmeno di notte, e pescano, fanno pic-nic, ridono e giocano anche ai lati della E6, che in Norvegia è la strada principale (e anche autostrada, visto che le vere autostrade non esistono).

Passammo per Trondheim, ma continuammo a guidare verso nord, a fermarci a dormire nelle casette senza bagno né doccia, a pescare e a ridere. Arrivammo alle isole Lofoten e nemmeno lì riuscimmo a prendere un pesce perché non stavamo mai zitte e un bambino di quattro anni, ci spiegò a gesti, che se non si stava zitti, i pesci non si prendevano.

Il 15 agosto ritornammo a Trondheim. Nei mille chilometri dalle Lofoten a Trondheim iniziò a piovere e le mie amiche parlavano del mare, a Pisa. Io ero triste e avevo un po’ paura di rimanere lì da sola per tanto tempo.

«Questa è Letizia, una nuova studentessa, viene dall’Italia» disse Reidar, entrando in un laboratorio pieno di ragazzi biondi con la t-shirt e i calzini di lana ai piedi senza scarpe. Io stavo alla sua destra, truccata, con la minigonna e un paio di scarpette col tacco così inadeguate in quel laboratorio. Non sapevo cosa dire. Avevo imparato che “ciao” si diceva “ha det bra”. E così dissi “ha det bra”.

Scoprii più tardi che “ha det bra” si dice quando si va via, non quando si arriva. Nessuno rise in quel momento, ma nei mesi e negli anni a venire le mie prime frasi in norvegese diventarono fonte di ilarità.

Quando volevo ringraziare dicevo “takk for alt”, traducendo letteralmente “grazie di tutto”, non sapendo che “takk for alt” in Norvegia si dice solo ai funerali.

Iniziai a lavorare insieme ad altri tesisti e studenti di dottorato su un progetto simile a quello della mia tesi di laurea. Volevamo costruire un sistema capace di aiutare i programmatori nel loro lavoro. Eravamo una mezza dozzina di ragazzi e ragazze guidate dal professor Reidar Conradi. C’era un ragazzo vietnamita, Minh, che aveva vissuto in una comunità vietnamita in Norvegia sin dall’infanzia, ma si comportava come un vietnamita, a mezzogiorno scaldava gli spaghettini nel bollitore che i norvegesi usavano per bollire l’acqua del caffè, e rispondeva alle domande sempre in modo affermativo.

Scrissi il mio primo articolo in inglese e il professore me lo restituì pieno di correzioni a penna rossa. Era così pieno di correzioni che ci misi giorni a decifrarle e a fare le modifiche. Una correzione mi colpì e mi entrò nel DNA.

Era “++”. Con “++” intendeva che dovessi scrivere di più, che devo fare meglio.

Era l’autunno del 1989. La CNN mostrava continuamente le immagini del muro di Berlino. Cominciai a capire bene l’inglese, ma avevo la testa e il cuore pieni di cose nuove: i nuovi amici, il progetto di cui capivo ancora poco, e il professore cinese che era diventato il nostro capo e si era subito messo a programmare nuovi moduli per il nostro sistema. Il professore norvegese aveva lasciato a lui la responsabilità del nostro progetto EPOS e si era messo a scrivere altre domande di finanziamento per nuovi progetti.

Mi chiedevo come faceva il professor Liu, che non capiva domande tipo: Did you have a nice trip?[1] a capire in che direzione dovesse andare il progetto e a comunicare con noi? Come faceva lui, che arriva dalla Cina degli anni ’80, a comprendere i problemi dei programmatori che il nostro prototipo di ricerca avrebbe dovuto risolvere? Come potevo fare io per comunicare con Liu e Minh in modo che fossero costretti a darmi una risposta, invece di limitarsi a dire: Yes, I agree[2]?

E perché il muro di Berlino cadde proprio in quel periodo?

Ero io che capivo poco. Capivo poco di tutto quello che si diceva e che succedeva, io che ero abituata a un mondo fatto di un lessico che capivo perfettamente e mi bastava evocare una parola o una frase per trasformare la tristezza in risa. Studiavo il norvegese e lavoravo in inglese.

«Tra cento anni sarà tutto dimenticato[3]» diceva Even, il mio primo amico norvegese quando tentavo di lamentarmi con lui delle mie tante sfide. È una frase da usare quando qualcuno, o forse noi stessi, dedichiamo tutte le energie, e anche qualcosa in più, a un progetto personale o lavorativo che sembrava portare solo problemi. Guardare tutto con distacco o da lontano può essere un modo per affrontare la situazione.

Parlare del nostro professore era il passatempo preferito. Girava sempre con tanti fogli in mano, camminando, leggendo e mangiando contemporaneamente.

Jasna la incontrai a un corso di lingua, era jugoslava, quando ancora Jugoslavia voleva dire Jugoslavia. La maestra chiamò lei Letizia. Ridemmo dello scambio e diventammo amiche. Avevamo gli stessi occhi. Jasna era arrivata in quella cittadina universitaria per trovare il suo amore dell’anno precedente. Ma lui aveva un’altra ragazza e Jasna aveva un nuovo ragazzo. Jasna e io parlavamo di tutto. Jasna voleva tre bambini. Lei mi diceva: «You are clever Letizia, but you lack patience[4]».


[1]  Hai fatto buon viaggio?

[2]  Sì, sono d’accordo.

[3]  In versione originale: Om 100 år er allting glemt.

[4]  Sei brava Letizia, ma ti manca la pazienza.


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One response

  1. politepolarbear avatar

    Om 100 år er allting glemt, ma dopo 37 anni ancora no.
    Brava!

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